Un elefante alla corte dei Borboni

08Storia

Lo scheletro esposto nel museo appartiene a un maschio di Elefante indiano (Elephas maximus) che Carlo di Borbone ottenne nel 1742 dal sultano turco ottomano Maometto V in cambio di tavole di marmo pregiato. L’animale fu tenuto nella Reggia di Portici e sopravvisse fino al 1756, morendo forse per la scorretta alimentazione. Fin dal suo arrivo, l’elefante divenne una attrazione notevole: migliaia di persone si recavano a vederlo, pagando una mancia al soldato che lo custodiva; da ciò, quando morì prematuramente, ebbe origine il famoso detto popolare citato anche da Benedetto Croce: “Caporà, è mmuort’ l’alifante!” (trad.: “Caporale, è morto l’elefante!”), ad indicare la fine di una situazione favorevole. L’animale veniva portato alle parate e fu utilizzato anche sulla scena del teatro San Carlo per l’opera del Metastasio “Alessandro nelle Indie”. L’elefante è raffigurato in una statua in terracotta di Gennaro Reale e in un dipinto di Pellegrino Ronchi, entrambi nella Reggia di Caserta, mentre un altro dipinto di Giuseppe Bonito è custodito in Spagna, nel Palazzo Reale di Segovia. Alla morte, ne furono preparati lo scheletro e la pelle, montata su un supporto metallico. Inizialmente esposti al Museo Borbonico (attuale Museo Archeologico Nazionale), furono soggetti a vari trafugamenti. All’inizio dell’ottocento furono rubate le zanne e, pezzo dopo pezzo, anche la pelle, usata per confezionare le calzature. Lo scheletro fu trasferito al Museo Zoologico nel 1819 mentre di quel che restava della pelle, si sono perse le tracce all’inizio del XX secolo.

Biologia dei proboscidati

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