Il naturalista, la biologia della conservazione e il ruolo dei musei

cinghialedi Domenico Fulgione

La Biologia della Conservazione è una disciplina “più o meno” recente, Il suo battesimo, intorno agli anni ottanta, la rende particolarmente giovane, mentre la sua evoluzione, diffusione e diversificazione esponenziale sono indice di una rapida maturazione. Varie evidenze scientifiche hanno stimolato la nascita di questa disciplina, il recente incremento della velocità di estinzione delle specie animali che sembra non abbia precedenti dai dinosauri ad oggi (Nee & May 1997), e la dilagante presenza umana, che in molte aree del pianeta compete direttamente ed indirettamente per le risorse naturali con molte altre specie (Bowman, 1998). La Biologia della Conservazione rappresenta la risposta della comunità scientifica internazionale a questi ed altri fenomeni, attraverso la creazione di strumenti tesi ad anticipare e ridurre danni ecologici, generando informazioni scientifiche da cui si possono sviluppare strategie e politiche di gestione (Soulè e Orians, 2001).
Il naturalista, la sua capacità di interagire con aspetti differenti dei sistemi ambientali e la propensione a formulare modelli sintetici, è senza dubbio una figura elettiva in questo ambito.
Chi opera nella Biologia della Conservazione, infatti, deve usare una variegata conoscenza teorica per suggerire decisioni operative, applicabili nella gestione delle risorse naturali. Soluzioni basate su osservazioni scientifiche rigorose che spaziano dalla struttura geometrica della materia alla complessità delle comunità animali e vegetali. Conservare significa prevedere il comportamento delle variabili con modelli basati su osservazioni, attraverso un approccio moderno ma anche volto al passato. E’ necessario talvolta dedicare attenzione alle prime indagini naturalistiche, che hanno descritto un territorio e i suoi organismi. Solo attraverso un’integrazione del dato attuale e di quello passato è possibile decodificare la natura profonda di un territorio.

La conoscenza zoologica del nostro territorio si formalizza alla fine del XVIII secolo.Tra il 1787 e il 1792, infatti, nel meridione d’Italia videro la luce opere come Entomologiae Neopolitonae Specimen Primum di Domenico Cirillo o le Memorie su insetti del Regno di Napoli di Vincenzo e Luigi Pedagna. Nella Fauna Vesuviana (1827), la Fauna di Aspromonte (1828) e la Fauna del Regno di Napoli (1832) Oronzio Gabriele Costa redige una base faunistica imprescindibile per qualsiasi progetto attuale applicato alla conservazione al ripristino territoriale.Verso la fine del XIX secolo a Napoli Achille Costa, figlio di Oronzio Gabriele e suo successore nella cattedra di Zoologia dell’Università di Napoli e nella direzione del Museo Zoologico, proseguì la redazione della Fauna del Regno di Napoli e l’esplorazione faunistica dell’Appennino meridionale, pubblicando varie interessanti relazioni (1863, 1881) dei viaggi di ricerca svolti nell’Aspromonte (1859), nella Sila ([859, 1876) e nel Pollino (1896), in Sardegna (la famosa Geofauna Sarda). Grazie all’azione dei Musei e delle Università queste opere sono consultabili e le collezioni di studio sono ancora conservate. La “Collezione Costa” è la prima grande collezione entomologica dell’Italia peninsulare, che deve ancora oggi essere consultata da chiunque lavori su faune meridionali. Essa è patrimonio del Centro Musei dell’Università Federico II.
Il ruolo di queste strutture fu e resta di grande importanza per la conservazione e la promozione di questo processo di monitoraggio e caratterizzazione della fauna. L’attuale livello di conoscenza, che ci permette di affrontare lavori applicati al territorio, si è potuto raggiungere grazie all’opera di specialisti che hanno sviluppato ricerche programmate e coordinate spesso dai Musei di Storia Naturale e dagli Istituti Universitari.
Le moderne metodologie di analisi possono estrarre ed analizzare l’informazione genetica di organismi le cui popolazioni sono attualmente estinte o radicalmente trasformate. Molti degli esemplari custoditi nelle bacheche e nelle collezioni di studio sono stati la base per descrivere il genotipo del Quagga (Equus quagga), del Lupo marsupiale (Thylacinus cynocephalus), del Moa gigante (Dinornis giganteus) e dei Dodo (Rophus cucullatus) rendendoli preziosi tasselli delle costruzioni filogenetiche molecolari.
Ma ci sono anche esempi a noi molto vicini. Il comune Cinghiale (Sus scrofa) era presente in Italia con una sottospecie tipica degli Appennini (Sus scrofa mojori). A seguito di incroci con popolazioni estere ha subito un rimescolamento del suo patrimonio genetico a tal punto da farlo ritenere estinto sull’intero territorio nazionale. Un’indagine da noi condotta ha avuto come obiettivo la valutazione del fenomeno dell’ibridismo tra cinghiale e altre forme alloctone e domestiche (Fulgione et al. 2004). Per caratterizzare geneticamente la forma “pura” abbiamo fatto riferimento a materiale genetico di esemplari catturati in periodi precedenti al 1950 (quando prese avvio il massiccio fenomeno delle ibridazioni). Alcuni di questi esemplari sono stati trovati presso la collezione zoologica del Museo dell’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa e grazie a pochi frammenti di pelle e di peli è stato possibile estrarre il DNA. Si tratta di materiale genetico molto frammentato e contaminato, ma la sua caratterizzazione rappresenta un tassello indispensabile per una corretta descrizione delle forme presenti sul territorio. Così il ruolo dei Musei sì inserisce in un processo di conservazione del patrimonio naturale attraverso un’azione che riporta al presente e proietta verso il futuro elementi appartenenti al passato.

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