Il Vesuvio di Gaetano De Bottis

Hamilton-Campi_Phlegraeidi Romualdo Gianoli

Il volume curato da Maria Toscano: “Gaetano De Bottis – Ragionamento istorico intorno all’eruzione del Vesuvio che cominciò il dì 29 luglio dell’anno 1779 e continuò fino al giorno 15 del seguente mese di agosto”, recentemente presentato nella Collana di testi della cultura filosofica e scientifica meridionale della Denaro Libri, è uno di quei libri che possono essere letti su più livelli. C’è senza dubbio quello della narrazione storica, del (piacevole) racconto di uno scienziato dell’epoca, che descrive con dovizia di particolari e coloriti resoconti gli eventi e le conseguenze di una delle più spettacolari manifestazioni della natura: l’eruzione di un grande vulcano. Se però si legge con più attenzione, si scopre che dal documento storico si possono ricavare anche molte informazioni, per così dire, “implicite”, che permettono di compiere un’analisi tutt’altro che banale o scontata del testo. Un’analisi dalla quale scaturiscono alcune interessanti osservazioni sulla scienza e il suo rapporto con il potere e la società e sul ruolo del meridione italiano nel contesto europeo della cultura scientifica, in un delicato periodo storico. Questa lettura a più livelli è proprio l’operazione che compie la curatrice nella prefazione/analisi al testo del De Bottis.

De Bottis era (come spesso accadeva a quei tempi) un sacerdote-scienziato anzi, per essere precisi, un naturalista che dedicò gran parte dei suoi studi al Vesuvio. Ma era un naturalista cui evidentemente cominciava a stare stretto l’approccio alla scienza della natura, come ancora, in parte, lo si intendeva all’epoca e cioè come studio della philosophia naturalis. E’ un atteggiamento nuovo, moderno, rivelato da quella parola messa all’inizio del titolo dallo stesso De Bottis: “Ragionamento”. Come coglie acutamente Maria Toscano, “Il Ragionamento evidenzia certamente il rigore di un metodo e lo sforzo di una intera classe intellettuale di adeguare la propria cultura, tradizionale e per molti versi arretrata, alla nascente scienza moderna”. Insomma doveva essere chiaro fin dall’inizio, che il documento non sarebbe stato un mero racconto cronachistico di fatti e fenomeni, ma questi sarebbero stati usati per compiere un vero studio sui meccanismi con cui opera la natura. D’altra parte l’intenzione del De Bottis di compiere un salto di qualità, si inserisce a pieno titolo nel fermento culturale che in quei decenni vedeva in Napoli uno dei centri più attivi della cultura illuministica europea anche in ambito scientifico. Non dimentichiamo, infatti, che Napoli non solo stava vivendo uno dei periodi migliori della politica borbonica (quella delle grandi iniziative di Carlo III e delle aperture all’illuminismo del figlio Ferdinando IV), ma anche un momento particolarmente felice per l’affermazione dell’idea che la scienza potesse mettersi, con le sue conoscenze, al servizio del potere e della pubblica utilità e felicità. Se vogliamo, De Bottis appartiene a quella schiera di personaggi (scienziati, artisti e letterati) che in quegli anni, attratti dal Vesuvio e dalle bellezze storiche della Campania, affollavano la scena napoletana, facendone una tappa obbligata del Grand Tour italiano. Richiamati dal vulcano vi si recarono (quasi in un pellegrinaggio laico) i migliori scienziati e naturalisti d’Europa come Deodat Dolomieu, Lazzaro Spallanzani, Alexander von Humboldt, Humprey Davy, Charles Lyell e Charles Babbage. Per non dimenticare quel famoso Sir William Hamilton che, forse, più di tutti contribuì a creare il mito del Vesuvio e di cui, in fin dei conti, De Bottis può essere considerato l’alter ego indigeno. Questa atmosfera fatta di persone, viaggiatori, scienziati e scoperte si ritrova nel libro curato dalla Toscano.

Ma, come accennato, ci sono altre possibili chiavi di lettura, non ultima quella del ruolo della scienza nella società civile e del suo rapporto con il potere: due temi di grandissima modernità per quel tempo e oggi di enorme attualità, come ricorda la recente vicenda degli scienziati condannati per il terremoto dell’Aquila. Nel suo scritto, infatti, il De Bottis si rivolge direttamente alla persona del re, cosa non insolita per quei tempi ma senza dubbio più diffusa per le opere letterarie o artistiche (la dedica al signore o al committente di turno). In questo caso, però, si parla di scienza e il De Bottis, rivolgendosi “Alla sacra Real Maestà di Ferdinando Re delle Sicilie”, individua nel sovrano un nuovo interlocutore al quale offrire questo sapere. Anzi, leggendo la dedica che egli premette al suo scritto, si capisce che in precedenza ha già prodotto altri lavori simili, che il re ha letto e gradito e che la relazione in oggetto è stata a sua volta espressamente richiesta dal sovrano. Insomma si capisce che al re (cioè al potere) la scienza interessa e, molto probabilmente, interessa anche per un modernissimo criterio di utilità sociale e nazionale. Non dimentichiamo, infatti, che il re a cui si rivolge De Bottis è quello stesso Ferdinando IV di Borbone (proprio il famoso, ignorante e lazzaro “Re Nasone”) che qualche anno dopo manderà in giro per mezza Europa sei giovani scienziati meridionali a studiare mineralogia e a raccogliere migliaia di campioni, per costituire a Napoli una grande collezione che servisse ad avviare l’industria estrattiva e metallurgica nel regno, così da sottrarlo alla dipendenza dall’estero.

Insomma, forse anche grazie al lavoro del De Bottis, il re aveva capito che bisognava puntare sulle conoscenze scientifiche (e investire su di esse) per far uscire dal sottosviluppo il suo regno. Non sembra un concetto piuttosto moderno e familiare?

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