La necessità di “professionisti” per una incisiva comunicazione scientifica nei musei

di Maria Rosaria Ghiara
Centro Musei delle Scienze Naturali, Università degli Studi di Napoli Federico II, Via Mezzocannone, 8. I- I-80134 Napoli.
E-mail: mghiara@unina.it
di Romualdo Gianoli
CodiCS – Cooperativa di Comunicazione Scientifica, Napoli.

Riassunto

I Musei sono parte viva e integrante della moderna società civile perché custodiscono, generano e comunicano conoscenza. Se il bene offerto dai musei è la conoscenza, allora essi possono contribuire a costruire nuovi modelli di vita e di civiltà, valorizzando il passato e quanto esso ci insegna e questo è vero anche per i musei scientifici. Ciò nonostante si rileva che in Italia manca una figura istituzionalizzata esperta in comunicazione museale. Per raggiungere gli obiettivi educativi che un museo scientifico moderno si pone è, invece, fondamentale che nei musei operino mediatori culturali qualificati che sappiano comunicare con un pubblico molto differenziato, per aiutarlo non solo ad acquisire conoscenze, ma anche a cogliere i segni della propria identità culturale. In altre parole, i tempi sono maturi per la formulazione di un progetto unico il cui scopo sia formare professionisti qualificati che possano svolgere con competenza le funzioni di mediatore museale, in linea con la missione educativa dei musei scientifici.

Parole chiave:
operatori museali, comunicazione scientifica, formazione professionale, educazione informale.

Abstract

The need for professionals for an effective communication in the museums.

Museums are a living part of our society because they preserve, generate and communicate knowledge. If what museums offer is knowledge, then they can contribute to build new models of life and society, giving more value to our past and to what it teaches us, and this is particularly true for scientific museums. Despite this considerations, in the Italian science museums does not exist an institutional figure specialized in communication of the museum. On the contrary, to reach the educational goals typical of a modern scientific museum, in its staff is necessary the presence of a qualified figure of museum educator able to communicate with many and different types of public, to help people not only to acquire knowledge, but also to catch the signs of their cultural identity. In other words, it’s time to outline a unique project aimed at preparing qualified experts, able to carry out the role of cultural broker, as needed by the educational mission of scientific museums.

Key words:
museum educators, scientific communication, professional training, informal education.

Premessa

I musei, come parte integrante della società civile, custodiscono, generano e comunicano conoscenza. Come affermava nel 1995 Ivan Karp “promuovono un impegno sociale in modo diverso e più ampio rispetto alle altre istituzioni educative e civiche”. Nel corso del tempo i musei sono stati capaci di modificare il proprio ruolo e funzione in risposta a precise richieste ed esigenze politiche (Alpers, 1995). Oggi, in un secolo iniziato con una profonda crisi mondiale economica che sta distruggendo la coesione sociale, così faticosamente conquistata, i musei possono e debbono contribuire a “indicare antidoti e rimedi agli errori fatti, costruire nuovi modelli di vita e di civiltà, nuovi progetti di sviluppo, nuove visioni, valorizzando il passato e quanto ci insegna” (V Conferenza nazionale dei musei d’Italia, 2009). Non dimenticando mai che “il bene offerto dai musei è la conoscenza” (Hooper-Greenhill,1992), va ribadito che nei musei è fondamentale che vi operino mediatori culturali qualificati che sappiano comunicare con un pubblico molto differenziato per aiutarlo ad acquisire conoscenze, a cogliere i messaggi portatori della propria identità, della coesione sociale, ma anche dell’importanza di abbattere le frontiere e di aprirsi al mondo. In queste pagine vogliamo provare a sviluppare alcune considerazioni sulla particolare situazione del mediatore museale in Italia e sui possibili scenari che si possono tratteggiare, specialmente riguardo ai musei scientifici. Questi, infatti, vivono forse con maggiore sofferenza la contraddizione, peraltro comune a tutto il settore, di una politica che da decenni, ormai, evoca continuamente (ma anche impropriamente) i mitici e italici, “giacimenti culturali” senza, però, riuscire a progettare e mettere in campo i necessari programmi di investimento o a dotarsi di una precisa normativa di settore. Proviamo allora a ripartire dalla base, cioè dalla moderna interpretazione del concetto di museo. Un concetto che non perde la sua efficacia a una attenta lettura e che può così essere riassunto: “se è vero che le collezioni costituiscono il cuore del museo, il fattore educazione, ossia l’impegno di presentare oggetti e idee nel modo più idoneo a informare e stimolare i visitatori, ne rappresenta lo spirito” (Bloom,1998). D’altra parte l’importanza della funzione educativa dei Musei, siano essi d’arte o scientifici, fu enunciata da Giulio Carlo Argan già nel lontano novembre del 1951, alla riunione UNESCO-ICOM di Parigi: “…la nascita del museo corrisponde al positivo riconoscimento della sua capacità educativa”. Da allora c’è stato un susseguirsi tanto numeroso di iniziative e normative che, per nostra memoria, riteniamo utile riportarne alcune tra le più significative.

Un pò di storia

Nel Convegno di Perugia del 1955 nacque una nuova disciplina, la “museologia”. In quell’occasione furono individuati e discussi sia i problemi della conservazione e dell’esposizione delle opere, sia i problemi relativi alle attività di formazione e promozione culturale. Tuttavia i legislatori recepirono soltanto le indicazioni relative alla tutela del patrimonio artistico nazionale, dimenticando del tutto l’aspetto educativo. Ma forse i tempi non erano ancora maturi. Ciononostante, già l’anno seguente, fu istituita la I Settimana dei Musei, un’iniziativa dai chiari intenti educativi, finalizzata ad avvicinare i cittadini ai musei. Nel 1963 durante il Convegno sul tema “Didattica dei Musei e dei Monumenti” furono avanzate proposte operative di grande interesse successivamente accolte anche a livello normativo. Tra queste l’istituzione di un “Servizio centrale che curi il coordinamento dei rapporti fra la scuola e i musei”, col naturale corollario che prevedeva la necessità per i Musei di esporre le opere in maniera didatticamente valida e di promuovere attività educative e di aggiornamento per i docenti. Con gli anni ’70 scoccò la scintilla tra i musei e il mondo della scuola che, finalmente, sembrò accorgersi delle loro potenzialità educative. Così, nell’ambito del Ministero della Pubblica Istruzione, Pietro Romanelli istituiva una “Commissione di studio per la didattica dei Musei” con l’intento di rendere istituzionale il rapporto fra scuola e museo. Questa nuova sensibilità si concretizza il 27 marzo 1970 con la circolare ministeriale n.128 che recita testualmente: “Questo Ministero ritiene opportuna l’istituzione presso ciascuno dei principali musei di una sezione didattica e, presso ciascuno dei Provveditorati agli Studi, di un centro per il coordinamento delle varie attività a livello provinciale e per la ricerca delle soluzioni da adottarsi con il contributo delle singole esperienze”. La strada che sembrava felicemente imboccata con questa circolare, incontrò un ostacolo già nel 1974, paradossalmente proprio con l’istituzione del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali. In quel caso, infatti, fu persa la grande occasione di introdurre sostanziali innovazioni riguardo la didattica museale e non fu perseguito il rafforzamento del principio introdotto dalla circolare del 1970. Solo cinque anni più tardi, con i Decreti Delegati che riguardano l’altro protagonista di questa storia a due voci, cioè la scuola, si posero le basi per un cambiamento radicale dell’approccio alla questione all’interno del mondo dell’istruzione. I nuovi programmi della scuola media inferiore (D.M. 9 febbraio 1979) contemplarono, infatti, sostanziali novità: “l’approccio all’ambiente e ai beni culturali dovrà tendere a rendere l’alunno cosciente degli aspetti e dei problemi dell’ambiente in cui vive ed educarlo al rispetto, alla tutela e alla valorizzazione del territorio”. Con l’arrivo degli anni ’80 anche la politica di gestione dei musei risentì della diffusa mentalità che passerà alla storia con il nome di “edonismo reaganiano”. Un modello culturale che, partendo dal mondo dell’economia e della finanza, si estese all’intera società, imponendosi come modello dominante secondo il quale conta solo l’avere, piuttosto che l’essere. Questa visione, nel settore di cui ci stiamo occupando, si tradusse in interventi legislativi rivolti principalmente a trasformare il “bene culturale” in “bene economico produttivo”. Un bene, cioè, che doveva produrre un ritorno economico al cui confronto la questione dei “servizi educativi” era secondaria e dunque poteva essere rinviata. Negli anni ’90 con l’emanazione del D.L. n. 433 del 1992 e la successiva legge di conversione del 1993 n. 4 nota come “Legge Ronchey”, il museo sembrò trasformarsi in un centro culturale orientato a offrire più servizi, anche con l’ausilio di organizzazioni esterne alla struttura museale stessa. Qui però nacque un equivoco, perché Ronchey intendeva esternalizzare solo i servizi, per così dire, “accessori” al museo, cioè la ristorazione, il guardaroba, la pulizia, la vigilanza e la biglietteria, non certo quelli riguardanti l’educazione. Purtroppo, con il D.M. del 24 marzo 1997 n. 139, le attività educative furono assimilate ai servizi accessori. Le attività educative, ancora una volta, furono valutate esclusivamente da un punto di vista economico, anche se i responsabili delle strutture museali erano (e sono) consapevoli che per valutare i compiti e i risultati educativi, non erano corretti neanche i parametri di riferimento previsti dal D.L. n. 433 del 1992. Non fosse altro perché l’affidamento a terzi delle attività educative rendeva di fatto vana la programmazione di un qualsiasi progetto educativo unitario e scientificamente controllabile nel tempo. Nel 1998, con la creazione del nuovo Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la storia già vista, in parte si ripeteva. Infatti, nel decreto d’istituzione del Ministero si ribadiva la cooperazione tra Stato, Regioni, enti locali, organizzazioni di volontariato e soggetti privati, in vista della valorizzazione dei beni culturali ma, anche questa volta, senza dare particolare rilievo alle funzioni educative. L’attenzione all’aspetto educativo dei Musei fu, finalmente, enunciata con il Decreto Ministeriale del 15 ottobre 1998, che disponeva l’istituzione di un Centro Nazionale per i Servizi Educativi del Museo e del territorio presso il nuovo Ministero, con il compito di coordinare le attività dei servizi educativi delle Soprintendenze e dei maggiori musei statali. Ciò nonostante, i servizi culturali e formativi continuarono a essere accomunati con i servizi accessori. E se pure fu sottolineata la necessità di favorire la fruizione del patrimonio culturale e scientifico da parte degli studenti (con apposite convenzioni tra le scuole e il Ministero) non si pensò ad alcuna iniziativa in favore del pubblico adulto che, secondo quanto previsto dai principi dell’educazione permanente, avrebbe dovuto essere altrettanto sensibilizzato nei confronti delle tematiche culturali e ambientali. All’inizio del nuovo secolo, è la volta della legge n. 6 del 2000 che, dopo nove anni, andava a integrare la legge 113 del 1991, affermando che: “Sono considerati obiettivi strategici la costituzione di un organico sistema nazionale di musei e centri scientifici e storico/ scientifici […] l’adozione delle misure necessarie per mettere i musei scientifici e gli orti botanici delle università in condizione di svolgere un’opera di divulgazione incisiva”. Ma anche dopo questa importante legge, fortemente e giustamente voluta da Antonio Ruberti, ben poca cosa è stata realmente fatta a livello nazionale per consentire una comunicazione scientifica incisiva, così come non è stata realizzata l’auspicata costituzione di un organico sistema nazionale. Nel 2001, il Codice etico dell’ICOM considerava il Museo un servizio alla società e, per quanto riguardava la competenza del personale museale (paragrafo 1.14), così recitava “È necessario l’impiego di personale qualificato con la competenza ed esperienza richieste per far fronte alle responsabilità affidate”. Queste affermazioni furono fatte proprie e ribadite nel D.M. 10 maggio del 2001, nell’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei (art. 150, comma 6 del D. Lgs. 112 del 1998), in cui l’intero ambito IV è dedicato al personale: “Ogni museo sia dotato, da parte degli enti proprietari o delle amministrazioni responsabili di personale in quantità sufficiente e con adeguata qualificazione in relazione: alle sue dimensioni, alle caratteristiche delle collezioni, alle responsabilità e funzioni del museo stesso, anche in rapporto con le altre istituzioni del territorio”. Tuttavia si era ancora lontani da un riconoscimento sostanziale e formale delle professionalità del personale addetto alla mediazione culturale. Il 25 ottobre del 2005 a Milano, in occasione della Conferenza Nazionale dei Musei Italiani, fu presentata la bozza definitiva della Carta nazionale delle professioni museali (Garlandini, 2007). Il documento era stato elaborato, per allineare l’Italia all’Europa, da un cospicuo gruppo di lavoro, i cui membri appartenevano a tutte le associazioni museali italiane. A nostro avviso, questo seppur importante documento ha prodotto solo conferenze e un proliferare, più o meno utile, di corsi di formazione che hanno in comune solo il riferimento a esso, ma che nella sostanza poco ha determinato di realmente funzionale per la missione educativa del museo. Fin qui, dunque, possiamo dire che la normativa che avrebbe dovuto valorizzare il ruolo educativo dei musei ha seguito un percorso accidentato fatto di alti e bassi, con improvvise accelerazioni e altrettanto brusche frenate. Ma, soprattutto, è una normativa carente nella modalità di formazione degli educatori museali, a cui è demandato il delicato e vitale compito della comunicazione museale.

progettoscuola-museo6Gli educatori museali

Da una ricognizione effettuata dalla CRUI nel 2002
(Marchesini & Peruzzi, 2003) è emerso che nei musei scientifici universitari non esiste la figura istituzionalizzata esperta in comunicazione museale. Ciò vale, generalmente, anche per i musei civici e per gli science center ad eccezione di situazioni particolari e privilegiate. Queste istituzioni, pertanto, cercano di far fronte a tale mancanza ricorrendo al volontariato o ad associazioni onlus e/o no profit (fig. 1). Questo stato di cose ha dato luogo a una situazione di precarietà e improvvisazione, assolutamente deleteria per gli scopi educativi che il Museo si prefigge (Bailey, 2006) . Paola Rodari e Maria Xanthoudaki (2005) hanno illustrato il ruolo e le varie tipologie “dell’esercito di persone, in gran parte costituito da giovani studenti, che accoglie i visitatori nei musei, science centre, mostre, laboratori, festival, etc.”. Inoltre, Rodari e Merzagora (2009) sottolineano che a partire dal 2005 ECSITE, l’associazione europea dei musei scientifici, ha dedicato varie sessioni della conferenza annuale alla tematica della professione del mediatore museale. È stato, infatti, evidenziato come nei Musei sia presente una varietà di persone molto eterogenea, che svolge (spesso impropriamente) la funzione di comunicatore museale. A tal proposito Giovanni Pinna afferma: “In tal modo la comunità, che lo Stato rappresenta, abdica alla sua funzione educativa, affidandola a gruppi che non necessariamente interpretano la cultura, le radici e i bisogni della comunità” (Lugli et al., 2005). Si tratta di una variegata compagine che va dallo studente al pensionato e solo raramente può contare su professionisti dell’educazione museale e/o della comunicazione scientifica. Anche questi ultimi, però, laddove presenti mostrano una formazione fortemente disomogenea e questo è vero non solo fra i vari Paesi, ma anche all’interno dello stesso Paese e tra le varie istituzioni museali. E ancora, Rodari e Merzagora (2009) sottolineano come la comunicazione museale sia ca – ratterizzata quasi esclusivamente da formazione im – provvisata dove domina lo “shadowing”. Nel 2009 nel volume n.3 della Museologia Scientifica, Vincenzo Vo mero ancora afferma “È stata sempre consuetudine deleteria quella di assumere studenti universitari o neo – laureati senza occupazione e trasformarli, tout court in “guide” scientifiche o in educatori improvvisati”. Purtroppo nei convegni internazionali di Public Communication of Science and Technology, l’attenzione si focalizza essenzialmente sulla vecchia questione dell’interazione fra scienziati e giornalisti scientifici. Del tutto trascurati sono, invece, gli aspetti e le problematiche concernenti la comunicazione scientifica museale e, soprattutto, la formazione di personale qualificato a svolgere questa importante e impegnativa funzione. Ne segue che, mancando una chiara e rigorosa definizione normativa della materia, la formazione del comunicatore museale (o più in generale del mediatore culturale) oggi è gestita a livello locale e solo raramente in istituzioni preposte a questo specifico compito quali le Università, che dovrebbero meglio coordinarsi con le Soprintendenze e i musei civici più importanti. I musei universitari, infatti, rappresentano una realtà preziosa perché, come afferma Emma Nardi (2003): “alla valenza educativa dell’istituzione-museo, sommano quella dell’istituzione-università”. Essi potrebbero rappresentare una vera risorsa se, grazie a un loro maggior coordinamento nazionale, fossero inseriti nei percorsi universitari quali veri e propri luoghi ove apprendere e sperimentare la comunicazione scientifica e museale. Spesso il compito formativo, invece, è affidato a strutture private e non, ma che non sono certamente demandate a fare formazione, e che, quindi, rilasciano senza alcun controllo, attestati di “divulgatore scientifico”. Si tratta di titoli conseguiti secondo modalità del tutto eterogenee, con l’ovvia conseguenza che la qualifica così conseguita, non goda di un’univoca valenza su tutto il territorio nazionale. Sono trascorsi ben venticinque anni dall’allarme lanciato dalla Royal Society con il rapporto Bodmer sul “Public Understanding of Science” (1985) che metteva in guardia da un potenziale deterioramento nei rapporti tra scienza e opinione pubblica. Allora la soluzione più logica sembrò insegnare agli scienziati a “parlare” in maniera comprensibile ai cittadini, in modo che questi potessero acquisire maggiori e più corrette conoscenze scientifiche. Si tentò di correre ai ripari con la creazione del CoPUS (Committee for the Public Understanding of Science) che portò avanti un programma di public understanding of science che però, già negli anni ’90, entrò in crisi. Una crisi sempre più evidente, tant’è che nel 2000 il terzo rapporto della Camera dei Lords intitolato “Science and Technology”, riconobbe il fallimento del progetto in quanto, non solo l’alfabetizzazione scientifica non era aumentata, ma addirittura erano cresciuti il sospetto e l’avversione nei confronti della ricerca scientifica. Purtroppo, l’aver spinto gli scienziati a imparare a comunicare con il pubblico non ha dato i risultati sperati. La scienza non è ancora vista come fattore rilevante di promozione per il benessere della nazione. La maggior parte delle persone, infatti, continua ad avvertire le discipline scientifiche come non “culturali” e a essere sorda alle giuste affermazioni secondo le quali: “senza comunicazione pubblica della scienza non c’è una vera società democratica della conoscenza” (Greco & Pitrelli, 2009). D’altra parte cosa vuol dire conoscere o capire la scienza? Forse conoscere molti fatti scientifici? Molte teorie? I suoi metodi? Siamo consapevoli che non si possono certo trasformare i cittadini in piccoli chimici, piccoli biologi o piccoli fisici. Né si può ridurre la scienza solo a mera tecnica né tanto meno a spettacolo, vanificando il suo ruolo educativo (Israel, 2008). Si può però provare a far acquisire al pubblico maggiore consapevolezza dell’influenza che la scienza esercita sulla società. L’esperienza del CoPUS dimostrò che era necessario pensare a un approccio nuovo per la comunicazione scientifica: il “public awareness of science”. Se vogliamo, si passò dal concetto di “public understanding of science” a quello speculare di “scientific understanding of public”, intendendo l’adattamento delle tecniche di comunicazione ai diversi tipi di pubblico. Riguardo al settore dei musei scientifici è, quindi, fondamentale che l’educatore museale sia in possesso di giuste competenze per riuscire a coinvolgere i giovani e gli adulti sapendo coniugare “ragione e stupore”. L’educatore museale preparato, favorendo “un’azione sinergica tra scienza, etica e società democratica” (Carpineti & Ludwing, 2010) sarà in grado di rendere i visitatori consapevoli che, sebbene la scienza sia generalmente complessa, questo non vuol dire che deve essere distante dalle persone (Modonesi & Tamino, 2008). Una migliore comprensione della scienza potrà rendere il cittadino più consapevole delle sue scelte pubbliche e private, potrà orientare gli studenti a scegliere un consapevole percorso di studio rivolto alle facoltà scientifiche. Ciò potrebbe contribuire a invertire la tendenza per la quale tra i giovani l’interesse per la scienza e la propensione a studiarla è inversamente proporzionale all’incremento del PIL nazionale (Bucchi, 2008).

Quale ruolo oggi per il Museo Scientifico ?

Prima di affrontare l’argomento della formazione mirata alla comunicazione museale è necessario dare una risposta alla seguente domanda: “Qual è, oggi, la funzione del museo scientifico (dando per acquisita la cura, conservazione e ricerca), sia esso universitario o civico o un Science Center? Insomma, quale deve essere la sua funzione sociale?” Dal dibattito in corso sulla comunicazione museale e da quanto risultato dalle relazioni presentate al XIX Congresso ANMS e relative discussioni, sono emersi essenzialmente tre punti di vista principali che andiamo a riassumere di seguito: – il museo scientifico come “attrattore”. Il museo “attira il pubblico” proponendo attività ludiche e/o di puro intrattenimento ma dove la scienza, o più in generale la conoscenza, non è la protagonista; – il museo scientifico come sostituto della scuola per un’attività didattica limitata a informazioni spesso nozionistiche su una determinata disciplina; – il museo scientifico come luogo accessibile e comprensibile a tutti demandato a trasmettere conoscenza per una consapevole crescita della società. Sulla base di questi diversi punti di vista riteniamo opportuno sviluppare alcune considerazioni. Nel primo caso, “Museo come attrattore”, ha consentito ad alcuni musei scientifici di registrare un indiscutibile successo per quanto riguarda l’affluenza dei visitatori e, di conseguenza, per gli introiti finanziari. Ma è lecito chiedersi: “Quale messaggio culturale è giunto al cittadino? Riteniamo, forse, nostra la logica secondo la quale un museo è valido solo se produce soldi? Che cosa ha acquisito di culturale il giovane visitatore che ha festeggiato il proprio compleanno in un museo? O che vi abbia dormito una notte”? Certo, è venuto a conoscenza che esistono delle strutture museali in cui oltre a vedere vari e “strani” oggetti ci si può anche divertire. Ma c’è il rischio che tutto ciò possa indurre il bambino o il ragazzo ad accomunare la Scienza con il gioco, con il rischio che quando si troverà a dover veramente studiare le materie scientifiche, resti traumatizzato, scoprendo che la scienza non è un gioco. Per questo tipo di museo scientifico, non occorrono corsi di formazione specifici, in quanto esistono già figure adatte: gli animatori turistici. Nel secondo caso, se si considera il museo scientifico solo quale coadiutore della scuola, occorre personale in possesso di un tipo di laurea che consenta l’insegnamento delle discipline scientifiche nelle scuole. Ma questo è un ruolo che limita le potenzialità e le tradizioni del museo e che vanifica la grande rivoluzione portata avanti sin dal convegno “Il museo come esperienza sociale”, tenutosi a Roma nel 1971, che finalizzava il ruolo del patrimonio culturale, alla realizzazione di un sistema di Educazione Permanente, del quale devono, a nostro avviso, far parte a pieno titolo, anche i musei scientifici (Russo, 2001; Sani, 2004; Gibbs, 2007). Il terzo punto di vista è quello più vicino a quanto auspicava Pietro Romanelli, un museo che deve entrare “nel vivo della società moderna, come elemento attivo e insostituibile dell’educazione e dell’elevazione culturale e spirituale della società stessa”. Riteniamo che compito del museo scientifico sia illustrare e documentare, con l’ausilio delle collezioni, l’importanza e il ruolo che la ricerca scientifica ha avuto e continua ad avere nello sviluppo della società. Solo così la scienza potrà essere vista come parte viva e integrante della società civile e non più come una semplice acquisizione di nozioni, nomi, formule e dati. In questo caso, allora, occorre seriamente pensare a specifiche figure professionali di cui si devono univocamente definire i titoli richiesti, i contenuti formativi e le istituzioni che devono svolgere l’attività di formazione mirata e riconosciuta a livello nazionale. Gli organizzatori del XIX Congresso ANMS, consapevoli dell’importanza della formazione mirata alla comunicazione museale hanno dedicato una sessione a questo tema organizzando la tavola rotonda “Speci – ficità della comunicazione nei musei scientifici. Nuove figure professionali e percorsi formativi mirati”, che però non ha prodotto un documento condiviso.

La proposta

Solo se si parte da un’idea condivisa di museo scientifico e del suo ruolo, si potrà affrontare il fondamentale problema della formazione delle figure professionali cui spetta il compito di tradurre in pratica questo ruolo. Ponendo fine al pressappochismo e dettando regole precise, questa importante professione potrà decollare e contribuire a formare cittadini migliori. E non certo migliori solo perché dotati di un maggior bagaglio di conoscenza, ma perché più consapevoli del loro ruolo nella società. Non è un ideale utopistico come potrebbe sembrare, ma la sola risposta concreta che si può dare alle sollecitazioni determinate dal nuovo rapporto creatosi tra la scienza e la società civile. Viviamo nell’era della conoscenza ed è un dato oggettivo testimoniato dal fatto che gran parte della nuova economia si fonda sulla produzione di beni che, come rilevato dal sociologo Luciano Gallino (2007), “incorporano volumi sempre crescenti di conoscenza scientifica”. Questo vuol dire che la scienza, con le sue ricadute tecnologiche, entra sempre di più nella vita di tutti noi, attraverso l’economia, l’ambiente, la medicina, la biologia e così via. È chiaro, allora, che la gestione (o il controllo) di questi processi non può essere delegata né ai soli scienziati, né alla politica, né al cittadino che poco o nulla sa di scienza. Ciò che occorre, invece, è provare a realizzare un modello di democrazia partecipata che non può non passare per la costruzione di una nuova “cittadinanza scientifica”. Quell’insieme, cioè, di conoscenze e consapevolezze che consenta ai cittadini di gestire, con cognizione di causa, le importanti sfide che il progresso continuamente pone. Ecco, è in questo contesto che trova la sua ragion d’essere il tipo di museo scientifico che auspichiamo: attivo e disponibile non (solo) perché ci si può tenere una festa o un altro evento, ma perché in grado di fornire, attraverso una appropriata educazione museale, gli strumenti necessari al cittadino per vivere consapevolmente il proprio tempo. In conclusione, considerata l’attuale situazione nazionale, riteniamo che i tempi siano maturi per la formulazione di un progetto unico centrato sulla formazione di professionisti qualificati che possano svolgere con competenza le funzioni di mediatore museale in linea con la missione educativa dei musei (Merzagora et al., 2006). Continuare a “galleggiare” nell’attuale condizione di incertezza e approssimazione non è più giustificabile, tanto più che per tale figura professionale la Carta Nazionale delle Professioni Museali prevede già due profili abbastanza dettagliati per quel che riguarda responsabilità, ambiti e compiti. Il fronte su cui bisogna intervenire è quello della formazione professionale. Occorre individuare e condividere con quale percorso il futuro professionista della comunicazione museale scientifica debba acquisire la sua professionalità. In altre parole, oggi, i requisiti per l’accesso all’incarico sono decisamente troppo vaghi e, di conseguenza, soggetti a eccessive interpretazioni. Ciò comporta che i contenuti dei corsi di specializzazione e/o master che oggi formano tali figure professionali, sono ancora per lo più lasciati all’improvvisazione. Può sembrare una proposta ovvia, quasi scontata, ma non è così dato che, come abbiamo visto nella breve storia tracciata, sono più di cinquanta anni che se ne discute senza giungere mai a un punto fermo! Le difficoltà, senza dubbio, derivano in gran parte dalle caratteristiche peculiari dei musei scientifici che si differenziano da quelli d’arte perché di solito non conservano “pezzi unici”. Le loro collezioni sono composte di campioni che, come suggerisce il termine, esemplificano e rappresentano conoscenze e saperi largamente diffusi e accettati. Pensiamo, ad esempio, ai musei naturalistici o a quelli della tecnologia: campioni di rocce, minerali, fossili, esemplari di fauna e flora o apparecchiature, non sono quasi mai importanti perché unici, ma perché hanno una loro peculiare storia legata alla ricerca e alla didattica e la loro presenza costituisce il segno tangibile dell’evoluzione del pensiero scientifico. La loro unicità è rappresentata dal legame tra le generazioni con il territorio dal quale provengono o nel quale sono stati creati. Essi nella maggior parte dei casi “raccontano”, una storia universale, quella della scienza, perché universale è il sapere (scientifico) su cui poggiano. Questa apparente semplicità nasconde un’insidia non trascurabile: quella della “standardizzazione” delle modalità di presentazione, comunicazione e promozione. Insidia perché dovunque c’è standardizzazione, c’è appiattimento e omologazione a un unico modello culturale. Ecco perché l’aspetto della mediazione culturale e della formazione da dare agli operatori a essa addetti, nel caso dei musei scientifici, è un aspetto ancora più critico di quanto non sia per gli altri tipi di musei. È evidente, allora, che la valenza di un museo scientifico sta soprattutto nella capacità che le sue collezioni hanno di costituire un supporto per la diffusione della conoscenza e nella capacità degli operatori museali che devono essere in grado di attuare forme di comunicazione che non conducano a un apprendimento puramente nozionistico, ma che favoriscano nel visitatore nuove curiosità intellettuali. Pertanto, questa funzione non può essere ingabbiata in scatole preconfezionate, ma deve essere uno strumento flessibile in grado di adattarsi al contesto sociale e culturale al quale il museo appartiene. In definitiva, per evitare il pericolo della standardizzazione e per utilizzare al meglio le opportunità offerte dai musei scientifici, riteniamo indispensabile formare in maniera rigorosa e (questa volta si) secondo criteri precisi, formalizzati e condivisi, appropriate figure di mediatori culturali scientifici (Tran & King, 2007; Tran, 2008; Rodari & Merzagora, 2009). Questa, crediamo sia la vera e ineludibile necessità per la museologia scientifica italiana dei prossimi anni.
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