Le Strutture

I Musei di Mineralogia, Zoologia, Antropologia e Fisica sono ubicati nell’antico Collegio massimo dei Gesuiti sito in via Mezzocannone 8; il Museo di Paleontologia nel seicentesco Complesso di San Marcellino e Festo sito in Largo San Marcellino, 10.

Il Centro occupa un’area complessiva di 2500 mq e custodisce circa 150.000 esemplari che dalla fine del Settecento sono stati raccolti e catalogati. A numerosissimi reperti è stata data una adeguata sistemazione espositiva.

Gli spazi espositivi

Sale di notevole valore storico custodiscono collezioni, alcune delle quali uniche al mondo: la sala settecentesca dell’ex collegio dei Gesuiti ospita le collezioni mineralogiche, le sale ottocentesche le collezioni di Zoologia, la sala seicentesca di S. Marcellino e Festo quelle di Paleontologia. Solo recentemente sono state assegnate sale di notevole valore per esporre le collezioni antropologiche.

sala seicentesca

600_1Dei quattro Musei scientifici universitari afferenti al “Centro Museo delle Scienze Naturali”, il Museo di Paleontologia è il più recente, essendo sorto nel 1932 a seguito dell’istituzione della cattedra omonima. L’origine delle sue collezioni tuttavia è molto più antica e va fatta risalire agli inizi dell’800 quando si venne a costituire il Real Museo Mineralogico.

Il Real Museo Mineralogico raccolse, sin dalla sua istituzione, non solo le collezioni più esclusivamente mineralogiche, ma anche quelle geologiche e paleontologiche. Nella seconda metà del secolo con il progredire delle discipline naturalistiche e con le mutate esigenze didattiche si rese necessaria una riorganizzazione dell’ordinamento universitario, cui fece seguito la conseguente separazione delle raccolte scientifiche e l’istituzione di un Museo di Geologia. Al Museo di Geologia furono destinati locali siti al primo piano del cortile del Salvatore e dopo sei anni, nel settembre del 1866, fu aperto al pubblico.

Nel ventennio successivo le collezioni si arricchirono progressivamente grazie a scambi con altri musei e soprattutto al fervore scientifico che in quel periodo si sviluppò intorno alle discipline paleontologiche. Tra le collezioni più notevoli del Museo, a quell’epoca già figuravano gli ittioliti (pesci fossili) dei tre giacimenti campani Castellammare, Giffoni e Pietraroia, la collezione di fossili appartenenti a svariati gruppi sistematici raccolta dal naturalista Oronzio Gabriele Costa ed inoltre i resti di mammiferi delle grotte di Cassino e di Campagna e di altre caverne dell’Italia meridionale ed un teschio di foca proveniente da Chieti inviata al prof. Guglielmo Guiscardi e da lui donato al museo. Alla morte di Guiscardi (dicembre del 1885) la direzione del museo, fu affidata al prof. Francesco Bassani, che durante la sua direzione, durata per circa un trentennio (dal 1887 al 1916), si dedicò infaticabilmente al buon funzionamento dell’Istituto e del Museo, dotando il primo di spazi più confortevoli e di un laboratorio più attrezzato ed il secondo di nuove e prestigiose collezioni e di una sede più dignitosa.

Nel 1912, infatti, al museo fu destinata una nuova sede collocata al pianterreno del Monumentale chiostro di S. Marcellino e in cui furono trasferite le collezioni. Il Complesso monumentale di San Marcellino, unitamente alla Chiesa annessa, era stato assegnato al patrimonio universitario, dal Governo del Re (legge del 14 luglio 1907, n. 578). Il Museo occupò due sale del lato meridionale dell’edificio ed alcune altre salette adiacenti. Il primo salone, rappresentato dall’antico teatro dell’educandato Regina Maria Pia con il magnifico pavimento maiolicato di fattura napoletana settecentesca tuttora presente, fu destinato alle collezioni litologiche; l’altro salone, ottenuto dalla copertura di un antico terrazzo, fu utilizzato per le collezioni fossilifere. Le collezioni ittiologiche furono invece sistemate in una piccola sala ad ovest dell’edificio. Durante la direzione di Bassani, il patrimonio del museo assunse una più cospicua consistenza; esso si arricchì di molti fossili e rocce provenienti da varie località dell’Italia meridionale e della Campania in particolare e di altri di località straniere acquistate da importanti istituzioni scientifiche dell’epoca, che andarono ad incrementare le raccolte generali.

Nel 1932, in seguito all’istituzione della cattedra di Paleontologia, il Museo geo-paleontologico fu scisso in Museo di Geologia e Museo di Paleontologia. Era allora consuetudine che l’istituzione di una cattedra di discipline naturalistiche comportasse non solo la costituzione di un Istituto ma anche di un annesso museo. Sorse così il Museo di Paleontologia che ereditò le collezioni fossilifere del Museo di Geologia. Il prof. Geremia D’Erasmo assunse l’incarico di Direttore del nuovo Museo che curò con impegno, riordinando il materiale paleontologico ed occupandosi, inoltre, dello studio delle collezioni (principalmente pesci e resti di mammiferi) in esso custodite. Proprio per la specializzazione raggiunta da D’Erasmo nello studio dei vertebrati fossili , molti furono gli esemplari che, inizialmente inviati a lui come materiale di confronto e di studio, rimasero definitivamente nel patrimonio museale. Alla morte di D’Erasmo, la sua opera fu continuata, con medesimo zelo, dalla prof. Angiola Maria Maccagno che, alla fine del 1962, fu nominata Direttore. Con la Maccagno si ebbe un forte incremento delle collezioni grazie all’acquisto di esemplari fossili di grandi vertebrati e di una ricca collezione di invertebrati, costituita da oltre 10.000 fossili di età compresa tra il paleozoico ed il pleistocene (Collezione Palumbo) utilissima per scopi didattici. Dopo il trasferimento a Roma della Maccagno, il Museo fu curato dai direttori che le successero nell’incarico (prof. Maria Moncharmont Zei dal 1973 al 1976 e prof. Piero De Castro dal 1976 al 1978 e ancora Maria Moncharmont Zei dal novembre del 1978 al 31 ottobre del 1980). Con il terremoto del 1980, iniziò un periodo di difficoltà per il Museo in quanto i danni provocati dal sisma alla volta della sala con il pavimento maiolicato determinò l’inagibilità delle sale espositive e la conseguente interruzione dell’attività didattica e delle visite d’istruzione che il museo forniva, fin dal 1976, agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della città. Nonostante i ripetuti solleciti da parte dei Direttori che si sono succeduti nell’incarico la situazione di inagibilità è perdurata per molti anni e solo negli ultimi mesi del 1994 fu dato l’avvio alle parziali operazioni di recupero statico e artistico del Museo che si conclusero nel 1999.

La costituzione nel 1992 del Centro “Musei delle Scienze Naturali e Fisiche” nato dall’esigenza di riunire in un’unica struttura i musei scientifici universitari (Antropologia, Mineralogia, Paleontologia, Zoologia e Fisica) e di riaprirli al pubblico, rappresentò una tappa particolarmente importante della ripresa di interesse verso per le attività museali e permise il recupero di un patrimonio estremamente rilevante e significativo e l’avvio di un processo destinato a sviluppi di grande portata. Risalgono al 7 maggio 1994 (oltre 10 anni dopo la chiusura forzata per gli effetti del sisma dell’80) la riapertura del museo al pubblico, in occasione della Manifestazione “Monumenti Porte Aperte”, e l’avvio dei lavori di consolidamento statico ed il restauro della volta di calpestio del salone maiolicato.

L’Università ha contribuito sensibilmente all’arricchimento del patrimonio espositivo, attraverso una politica di nuovi acquisiti. A tale politica dell’Ateneo si deve l’acquisto dello scheletro di Allosaurus fragilis (3.2.5.8), grande esemplare di dinosauro carnivoro vissuto nel nord America durante il Giurassico. Nell’ambito del recupero architettonico del monumentale complesso di San Marcellino, il Museo di Paleontologia è stato dal 1999 al 2001 oggetto di una generale ristrutturazione architettonica e scientifica. La ristrutturazione ha previsto un ampliamento degli spazi espositivi che ha consentito una distribuzione ostensiva degli esemplari fossili più confacente ai moderni criteri didattici e scientifici.

sala settecentesca

700_1Il Real Museo Mineralogico ha sede nella prestigiosa Biblioteca settecentesca del Collegio Massimo dei Gesuiti.

La Biblioteca, costruita tra il 1688 e il 1700, è su due livelli: l’inferiore presenta tutt’intorno vetrine senza interruzione e colonne di ordine dorico, il superiore consiste di un ballatoio che conferisce maestosità alla sala. Al ballatoio si accede “per delle scale a lumaca fatte con somma maestria” e presenta una serie di colonne di ordine corinzio e affreschi attribuiti a Paolo de Mattheis che operò tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700.

Le “scansie” furono realizzate in legno di noce, di olivo ed altri legni pregiati, e accoglievano migliaia di libri rilegati in pelle cremisi e oro. Nel 1767 i gesuiti furono espulsi dal Regno di Napoli da Ferdinando IV di Borbone e con decreto del 1777 il Collegio Massimo divenne sede universitaria.

La Biblioteca, assegnata all’Accademia delle Scienze e al costituendo Museo di Mineralogia, non subì modifiche sostanziali, furono soltanto aggiunte ai quattro angoli della sala quattro sculture in legno ricoperte in oro zecchino, rappresentanti strumenti geodetici e minerari utilizzati nell’ottocento.

Nel 1789 Ferdinando IV e sua moglie Maria Carolina, con l’intento lungimirante e innovativo di creare tecnici capaci di valorizzare e sfruttare le risorse minerarie del Regno di Napoli, bandirono un concorso per studiosi di mineralogia, i cui vincitori avrebbero frequentato le scuole minerarie europee e visitato miniere e impianti metallurgici.

I vincitori furono Giovanni Faicchio, Carmine Antonio Lippi, Giuseppe Melograni, Vincenzo Ramondini, Andrea Savarese e Matteo Tondi.

I campioni raccolti da Antonio Lippi e Matteo Tondi in Transilvania, Galizia, Boemia, Germania, isole Britanniche ed Islanda, costituiscono il nucleo principale del patrimonio mineralogico del Real Museo.

Il Real Museo Mineralogico, inaugurato da Ferdinando IV molto probabilmente nel 1801, divenne ben presto un importante centro di ricerca scientifica finalizzata alle esigenze del paese. Il prestigio scientifico aumentò nel tempo e nel 1845 il Museo fu sede del 7° Congresso degli Scienziati Italiani. Il Real Museo Mineralogico è stato anche protagonista di importanti avvenimenti socio-politici: nel 1848, dopo la concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II, nella sala settecentesca si tennero riunioni della Camera dei Deputati e nel 1861 la sala fu seggio elettorale per la votazione sull’annessione al Regno d’Italia.

Nel 1842, quando fu nominato direttore Arcangelo Scacchi, il Real Museo Mineralogico assunse un ruolo rilevante nella comunità scientifica mondiale. L’insigne scienziato diede, infatti, notevole impulso alle ricerche mineralogiche regionali ed in particolare sul Vesuvio. Uno dei primi atti di Arcangelo Scacchi fu l’acquisto della Collezione di Teodoro Monticelli, il quale aveva iniziato su basi scientifiche lo studio della mineralogia vesuviana. Tale collezione, arricchita successivamente da Scacchi, costituisce oggi la Collezione Vesuviana, nel suo genere unica al mondo. Nel 1862 Scacchi ottenne anche il restauro del Museo e partecipò alla scelta delle piastrelle verde e cremisi della fabbrica Colonnese di Napoli che formano il pavimento attuale del salone settecentesco.

Nella sala sono esposti resti di mattonelle di un precedente pavimento ritrovati durante i lavori di restauro conservativo del pavimento attuale.

Preziose testimonianze delle vicende del Real Museo Mineralogico sono conservate in alcune vetrine del Corridoio e del Ballatoio. Meritano di esser ricordati il Copialettere di Arcangelo Scacchi e quello di suo figlio Eugenio, due volumi che raccolgono le lettere pervenute al museo dal 1800 al 1890, dalla direzione Planelli a quella di Eugenio Scacchi, quindici volumi dei preziosi Annali Civili del Regno di Napoli dal 1833 al 1847, gli Annuari dell’Università di Napoli dal 1883 al 1971, gli Annuari della Società Reale di Napoli dal 1863 al 1923, il Catalogo Orittologico del Real Museo (1836), il Catalogo della Collezione Orittologica e quello della Collezione Oreognostica (1840) di Matteo Tondi, l’Antico Catalogo del Museo Mineralogico (1852) compilato da Matteo Tondi e trascritto dal custode Siano, il Catalogo della Collezione Mineralogica (1900) compilato da Eugenio Scacchi, nonché inventari dei beni costituenti il patrimonio del museo. Il generale declino dei musei naturalistici verificatosi nei primi decenni del ‘900 coinvolse anche il Real Museo Mineralogico e dopo un secolo di splendore iniziò un periodo di stasi.

Inoltre, drammatici avvenimenti, quali il terremoto del 1930 e gli eventi bellici del 1940, incisero notevolmente sulla vita del Museo. Le collezioni furono quasi integralmente salvate dalle devastazioni belliche per gli interventi dei professori Antonio Scherillo e Antonio Parascandola. In seguito al terremoto del 1980 il Museo fu dichiarato inagibile per i gravi danni subiti. Si resero necessari lavori di consolidamento e di restauro ed il Museo rimase chiuso al pubblico per dodici anni.

Durante la fase di ristrutturazione, due nuove sale furono annesse al Museo e dedicate ad Arcangelo Scacchi ed Antonio Parascandola. Nel maggio del 1993, in occasione delle giornate “Musei porte aperte”, il Real Museo Mineralogico è stato riaperto al pubblico ed ha ripreso le sue funzioni.

Si deve menzionare che nel settembre 1996 il Rettore, Prof. Fulvio Tessitore, ha voluto l’apertura della porta di comunicazione fra il Real Museo Mineralogico e il Museo di Zoologia, richiesta per la prima volta nel 1901 da Francesco Saverio Monticelli (direttore del Museo di Zoologia dal 1900 al 1928) con la motivazione “il pubblico passerà da un Museo all’altro girando lungo tre lati del cortile del Salvatore in una passeggiata per le splendide sale dei musei di Zoologia e di Mineralogia”.

sala ottocentesca

700_2Il Museo Zoologico della Regia Università degli Studi di Napoli fu istituito da Gioacchino Murat nel 1811. Ferdinando I di Borbone nel 1815 assegnò al museo i locali attualmente occupati dalla Biblioteca Universitaria. Il primo direttore fu Luigi Petagna che, tra l’altro, costituì le prime collezioni originali. Gli subentrò, nel 1832, Giosuè Sangiovanni a cui si deve l’edificazione di una nuova sede, l’attuale salone maggiore, dove nel 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati Italiani. Nel 1860, costituitosi il Regno d’Italia, la direzione del museo fu affidata ad Achille Costa, zoologo di chiara fama, che arricchì il patrimonio museale, costituendo tra l’altro la celebre collezione entomologica. Nel 1900, assunse la direzione Francesco Saverio Monticelli, che ingrandì il museo con l’attuale salone minore, e incrementò la Collezione della Fauna del Golfo di Napoli, iniziata dal Costa, ed istituì la Collezione Elmintologica Centrale Italiana. Nel 1928, gli successe Umberto Pierantoni che estese ulteriormente il Museo, includendovi anche locali del piano sottostante. Durante l’ultima Guerra Mondiale, il Museo subì notevoli danni sia per i bombardamenti della città che per furti e vandalismi. Mario Salfi, direttore dal 1948, riuscì a fatica a ripristinare i luoghi e a recuperare le collezioni superstiti ed acquisì anche le raccolte del Gabinetto di Anatomia Comparata. Dal 1992 il Museo Zoologico è Sezione del Centro “Musei delle Scienze Naturali” dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, attualmente diretto da Silvana Filosa. Nel 1993 il Museo è stato riaperto al pubblico e le raccolte sono state revisionate e riordinate secondo i moderni criteri di museologia