L’eruzione pliniana delle “pomici di Avellino”

Prima dell’eruzione che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia in età romana nel 46 d.C., un altro grande evento pliniano aveva devastato l’area vesuviana per un raggio di alcune decine di chilometri: l’eruzione detta delle “Pomici di Avellino”. Il materiale piroclastico eruttato (blocchi, lapilli e cenere vulcanica) depositato in un’area di almeno 2.000 Km2 intorno al vulcano, è calcolato in circa 3 km3.

Dallo studio del materiale vulcanico sono state ricostruite le fasi principali dell’eruzione: una fase iniziale altamente esplosiva, caratterizzata dallo sprigionamento di una enorme colonna pliniana di gas e particelle vulcaniche che fatta eccezione per i lapilli giungeva al suolo a temperature piuttosto basse. Nella fase successiva si ebbe una violentissima successione di eventi esplosive che portarono le nubi di vapore e particelle di magma molto piccole ad una distanza di circa 25 Km. dal centro eruttivo.

Queste nubi ardenti raggiunsero temperature molto elevate di qualche centinaio di gradi. La durata di questa fase eruttiva così violenta è stata stimata di almeno 12 ore che investendo anche parte dei rilievi dell’Irpinia provocò la distruzione degli insediamenti del Bronzo antico della zona e, proprio qui, trovarono la morte l’uomo e la donna ritrovati alla Vigna.

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